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Storie

EnoArte: Vino e pittura

Elisabetta Rogai e la sua tecnica di pittura completamente innovativa: i suoi quadri sono creati utilizzando il vino come pigmento

11 Maggio 2015

Credo che l’innovazione consista essenzialmente nell’aggiungere qualcosa a ciò che esisteva in precedenza, apportando un elemento di novità riconosciuto universalmente.

L'arte, come ogni tecnica, vive di innovazione: ogni artista prova a portare nella sua espressione qualcosa di sé, qualcosa di mai visto prima, che parla alle persone in modo unico. Elisabetta Rogai si è inventata una tecnica di pittura tutta nuova: i suoi quadri sono creati utilizzando il vino come pigmento. Le abbiamo fatto qualche domanda per scoprire con lei com'è nata la sua arte.

Che cos’è l’innovazione per Lei?
Al di là del settore e del contesto in cui questa parola può essere declinata, credo che l’innovazione consista essenzialmente nell’aggiungere qualcosa – un procedimento, un’intuizione, un passaggio, un simbolo – a ciò che esisteva in precedenza, apportando un elemento di novità riconosciuto universalmente.

Qual è l’innovazione simbolo di questa epoca?
Credo che il settore delle comunicazioni interpersonali sia quello che ha sviluppato il maggior grado di innovazione: pensiamo ai social, agli smartphone e a tutto ciò che - abbattendo le distanze - avvicina le persone

Quali sono le fondamenta su cui si costruisce l’innovazione?
La libertà, in primo luogo. La possibilità di seguire le proprie intuizioni, sperimentando senza costrizioni o pregiudizi.

In che modo le nuove tecnologie hanno cambiato il mercato?
Hanno abbattuto le distanze, hanno avvicinato popoli e aumentato il senso di appartenenza a un universo comune. Certo, hanno portato con sé incognite e zone d’ombra, ma credo che ogni progresso ne abbia una: il tutto sta nel governare certi meccanismi, anziché limitarsi a contrastarli.

Quali sono, secondo lei, le opportunità offerte dalle nuove tecnologie?
Basta guardarsi intorno e pensare a ciò che appena vent’anni fa era pura fantascienza: oggi un collezionista d’arte, per restare nel mio ambito, può ammirare quadri in alta risoluzione e interagire con l’artista anche a migliaia di chilometri di distanza. È grazie alle nuove tecnologie che la mia arte è stata conosciuta in Sudamerica o in Russia.

Quale sarà la prossima rivoluzione secondo Lei?
Non saprei dirlo, spero soltanto che non si perda di vista l’umanità che deve sottostare a ogni nuovo passo – piccolo o grande che sia – dell’umanità.

Il Made in Italy è ancora un valore?
Non lo è mai stato tanto quanto adesso, ora che è possibile provare a replicare qualunque cosa, inclusa un’opera d’arte, in angoli lontani del mondo o persino a pochi chilometri da casa nostra. Ciò che il mondo ci invidia è la capacità di creare unendo funzionalità e bellezza, senso pratico a gusto estetico.

In Italia sono più importanti le idee o gli investimenti?
Sono due facce della stessa medaglia: le idee non possono svilupparsi se dopo l’intuizione non c’è un supporto economico in grado di lanciarla; allo stesso modo, investire in ciò che non ha anima è un'operazione puramente speculativa. Riuscire a far comunicare questi due elementi: ecco la frontiera che se compresa e raggiunta darà benessere alla comunità.

Qual è il percorso di formazione che raccomanda? In Italia o all’estero?
Dipende, è ovvio: a chi vuol intraprendere una carriera legata al senso estetico non consiglierei una full immersion nello schematismo e nel pragmatismo mitteleuropeo, così come a chi vuole emergere per il proprio merito sconsiglierei un habitat come quello italiano, ancora troppo legato a baronie e giochi di potere.
Come si apre la strada dell’innovazione in Italia?
Fornendo a chi si occupa del processo creativo gli strumenti per poter rendere al meglio: se un artista deve pensare a far quadrare i conti o a stirare camicie, difficilmente potrà concentrarsi sui propri obiettivi. Credo che nel mondo dell’arte, anche in Italia, sia indispensabile una rinascita del mecenatismo che ha fatto la fortuna della Firenze del Rinascimento: un investimento sull’innovazione che paga ancora oggi.
Quali sono le sue fonti d’ispirazione in Italia?
Da un punto di vista strettamente tecnico mi ispiro alle forme e ai contrasti di Michelangelo per le muscolature e i chiaroscuri, ma più in generale mi ispiro a ciò che vedo intorno a me, alle persone, ai profumi e alle sensazioni. E cerco di metterle su tela. Mi ispiro anche a ciò che rende la vita un piacere: pensiamo al vino, e alla mia scelta di raffigurare soggetti legati all’idea di convivialità ed ebbrezza che si può avere solo un buon bicchiere. E adesso ho già spostato il mio interesse su altro, sul mondo dei cavalli: animali che adoro, e che per me rappresentano molto.
Da bambina, cosa voleva fare «da grande»?
A costo di essere scontata, direi che sin da piccola il mio sogno è stato diventare una pittrice. Mi è sempre piaciuto esprimere attraverso pennelli e colori ciò che avevo dentro, e ancora adesso sono felice di comunicare col mondo attraverso lo strumento che preferisco.
Qual è il rischio più grande che ha corso?
Il pericolo maggiore, se di ciò si può parlare, era che la vita quotidiana prendesse il sopravvento sulla passione per l’arte: come tutte le persone, nel corso della mia vita ho preso impegni e assunto responsabilità che mi hanno costretta a dividere il mio tempo tra tante persone, a partire dai miei familiari. Mi piace pensare di essere riuscita a tenere un po’ di spazio per me e per la mia arte, in ogni momento.
Qual è stata la sua migliore intuizione?
Al momento, quella di dipingere usando il vino al posto dei colori. Sapevo che qualcuno in passato ci aveva provato, in fondo il vino esiste da 4000 anni e sarei ipocrita a pensare di aver scoperto qualcosa di nuovo. Ma sentivo che c’era ancora una pagina da scrivere, su quell’argomento. Così mi inventai la EnoArte©, una tecnica innovativa in grado di superare gli ostacoli tecnici che altri hanno incontrato sul loro cammino, dalla densità alla volatilità della materia prima fino al problema della conservazione e del tipo di supporto. Alla luce delle imitazioni, ai limiti (e talvolta ben oltre) del plagio, posso dire di aver raggiunto il mio obiettivo.
Quando ha capito che quella era “la svolta” per il suo progetto?
Quando vidi che, passato un po’ di tempo, il colore cambiava sulla tela. Pensavo che fosse un limite, poi una persona a me cara mi fece notare che ciò che io consideravo un problema era invece la soluzione: mi aiutò a pensare fuori dagli schemi, e compresi il significato e le potenzialità del cammino che avevo iniziato a percorrere. A partire dalle analogie con il “Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde. Il riscontro, lento ma costante, da parte dei produttori vinicoli e degli appassionati d’arte sia in Italia che all’estero ne è stata un’ulteriore conferma.
Come nasce l'idea di dipingere con il vino al posto dei colori?
Tutto nasce, come spesso succede, per caso: una sera, a cena con amici, vidi una goccia di vino cadere lungo la bottiglie e finire sulla tovaglia, sporcandola. Ovviamente non era la prima volta che assistevo a quella scena, ma quella particolare volta mi chiesi se e come sarebbe stato possibile imprigionare in una forma definita l’anarchico fluire di un liquido.
Qual è il suo rapporto con il mondo food?
Il cibo, come il vino, è ben più di un riempirsi la pancia. Amo il mescolarsi di sensazioni – tatto, vista, olfatto, gusto e persino udito – che sta dietro questo universo. Prima di iniziare a dipingere col vino ero quasi astemia, poi ho compreso che per essere un’artista credibile fino in fondo in questo settore era necessaria un minimo di formazione. Così, in punta di piedi, mi sono accostata al mondo del vino.
C'è un legame fra l'uso del vino e una passione per il cibo?
Non particolarmente, al di là dei necessari punti di contatto tra questi due elementi: cibo e vino sono sempre andati a braccetto, e continueranno a farlo in futuro.
Quali vini si prestano meglio a essere utilizzati come pigmenti?
Servono vini rossi, ovviamente, e tra essi prediligo quelli particolarmente coloranti. Ci sono vitigni che esprimono al meglio il loro potenziale, anche se tecnicamente l’EnoArte© è possibile con ogni tipo di vino. L’intensità del pigmento entra in gioco sin da subito, ma fa vedere i suoi effetti in un secondo momento, quando il quadro inizia a invecchiare.
Serve una preparazione particolare, o si usano in forma pura?
Per poter dipingere come faccio io, in modo cioè diverso da chi pensa sia sufficiente intingere il pennello del vino o nel mosto cotto, è necessario un trattamento particolare. Lo realizzano per me i laboratori della Camera di Commercio di Firenze, nostro partner in questa avventura, seguendo un procedimento esclusivamente fisico e non chimico: il vino, pur trattato, mantiene intatte le sue proprietà organolettiche. Ed è anche per questo che l’idea piace ai produttori, che non vedono il proprio vino “maltrattato” o snaturato prima di finire sulla tela.

Scopri il ritratto di Elisabetta Rogai