Questo sito utilizza cookie di profilazione (propri e di altri siti) al fine di inviare messaggi pubblicitari in linea con le preferenze manifestate dall'utente nell'ambito della navigazione in rete. Continuando a navigare o accedendo a un qualunque elemento del sito senza cambiare le impostazioni dei cookie, accetterai implicitamente di ricevere cookie al nostro sito. Le impostazioni dei Cookies possono essere modificate in qualsiasi momento cliccando su "Più informazione sui Cookies”.

Audi innovative thinking

Audi

Storie

Amped: la tecnologia nel mondo forense

Martino Jerian, ideatore del software Amped FIVE, ci racconta come è riuscito a rivoluzionare lo studio delle immagini, permettendo di riconoscere dettagli prima indecifrabili.

24 Aprile 2015

L’innovazione è riuscire a fare, spesso sbagliando, qualcosa di diverso dagli altri

Spesso le difficoltà del nostro Paese ci fanno dimenticare molte ragioni per cui essere orgogliosi dell’Italia. Tanti sono i professionisti che contribuiscono all’innovazione nel proprio campo e diventano fautori di un Made in Italy sinonimo di qualità e ingegno. Fra questi sicuramente c’è Martino Jerian, ideatore del software Amped FIVE che, in ambito forense, ha rivoluzionato lo studio delle immagini, permettendo di riconoscere dettagli prima indecifrabili.

Che cos’è l’innovazione per Lei?

L’innovazione è riuscire a fare, spesso sbagliando, qualcosa di diverso dagli altri. L’innovazione è importante nelle piccole cose quanto nelle grandi e consiste non solo nell’inventare qualcosa di nuovo, ma anche nel percepire i cambiamenti e le mode prima degli altri.

Qual è l’innovazione simbolo di questa epoca?

Senza dubbio l’accoppiata smartphone & Internet. Avere sempre a disposizione il sapere (e gli errori) di buona parte dell’umanità e poter comunicare con chi si desidera da qualsiasi parte e in ogni momento è un qualcosa che ha cambiato drasticamente la società, nel bene e, talvolta, anche nel male.

Quali sono le fondamenta su cui si costruisce l’innovazione?

Intuito e lavoro. Il lavoro è inutile senza la direzione giusta e un’idea non vale nulla se non è sviluppata nella maniera opportuna. Dico intuito più che intelligenza, perché a volte pensare troppo rischia di diventare un ostacolo. Meglio valutare i dati e sulla base di quelli sentire anche “a pelle” in che direzione muoversi. Purtroppo i dati da soli possono spesso giustificare troppe opzioni diverse a seconda di come li si interpreta.

In che modo le nuove tecnologie hanno cambiato il mercato?

Tutto è più trasparente. Spesso è possibile avere molte informazioni sulla qualità di un prodotto da chi l’ha già acquistato. Ma altrettanto spesso risulta difficile districarsi fra chi si proclama un esperto e chi lo è veramente e distinguere l’informazione dalla disinformazione.

Le nuove tecnologie sono sempre un’opportunità o possono essere un ostacolo?

Come tutti i cambiamenti sono un’opportunità per chi li sa cogliere e chi si affaccia da poco sul mercato, mentre sono un ostacolo per chi nel mercato vive (e spesso) lo domina da diversi anni e ha più da perdere che da guadagnare da un cambiamento.

Quale sarà la prossima rivoluzione secondo Lei?

Non credo ci saranno grandi rivoluzioni, o forse si vedranno solo a posteriori, ma siamo ormai soggetti a così tanti grandi cambiamenti nella tecnologia e nella società, che nemmeno ce ne rendiamo più conto. Prendiamo l’intelligenza artificiale, sembra un Graal che stiamo inseguendo da più di cinquant’anni. A metà del secolo scorso le tecnologie di Google o di un comune navigatore GPS sarebbero sicuramente considerate tali, solo che ora sembrano così normali che non ci facciamo più caso.

Come concilia tradizione e innovazione?

Come dice Paul Graham, il vero valore aggiunto è fare meglio degli altri le cose “non scalabili”. Fare bene un software non è facile, ma una volta fatto può essere replicato per un numero illimitato di licenze senza sforzo. Il rapporto con il singolo cliente e un supporto tecnico di qualità è invece un qualcosa che richiede un impegno puntuale e non replicabile per ogni cliente. Ma pur nella sua supposta banalità è questo che spesso fa la differenza.

Il Made in Italy è ancora un valore?

Sì. In ambito tecnologico ci sono tantissime figure brillanti sparse in giro per il mondo che provengono dall’Italia. Credo che ciò che ci contraddistingua maggiormente sia la “furbizia”, l’arte di sapersi arrangiare con poco e anche in situazioni difficili poter contare su valori che ci sostengono.

In Italia sono più importanti le idee o gli investimenti?

Le idee per forza di cose, siccome non c’è il capitale (e lo spirito) per fare investimenti. Ma non tutto il male viene per nuocere… come già detto di solito riusciamo ad arrangiarci con quello che abbiamo.

Qual è il percorso di formazione che raccomanda? In Italia o all’estero?

Direi di base Italia, con una capatina all’estero. Combinazione perfetta. Per quanto mi riguarda io ho studiato Ingegneria Elettronica all’Università di Trieste e ho fatto il quarto anno di Università al Politecnico di Tampere (Finlandia) che è sito di fronte al centro ricerche della Nokia. Sono molto soddisfatto del mio percorso formativo.

A quali traguardi deve puntare il Paese?

In generale, al momento, sopravvivere. La maggior parte dell’economia italiana si regge su settori che sono affetti pesantemente dalla crisi. Trattandosi di settori fondamentali come l’alimentare, il commercio e l’abbigliamento, sarà necessario trovare una soluzione per farli rinascere, altrimenti rischiamo di perdere un pezzo importante della nostra identità.

Quali sono le sue fonti d’ispirazione in Italia?

I miei genitori e i miei nonni. Da una lato una famiglia di tipo imprenditoriale, con attività alimentari artigianali come panifici e pasticcerie, dall’altra carriere universitarie. Credo di aver assorbito parecchio da entrambi i rami e spero di essere risuscito a incastrare in maniera decente i pezzi di questo puzzle!

Da bambino, cosa voleva fare «da grande»?

L’inventore. E direi che come sviluppatore di software ci sono molto vicino.

Qual è il rischio più grande che ha corso?

Le scelte che ho fatto. Beh, magari sarebbe andata meglio con scelte diverse, ma sarebbe potuta andare anche peggio. In ogni caso sono soddisfatto di quello che ho fatto fino ad ora.

Qual è stata la sua migliore intuizione?

Focalizzarmi su una nicchia di mercato globale, altamente specializzata e così verticale da non essere di grande interesse per i grandi player. È in questo tipo di mercati che è possibile innovare con buoni prodotti senza investimenti spaventosi di marketing. Basta riuscire a capire quali sono i punti di aggregazione (virtuali e non) di questi tipi di co-munità. E ovviamente sviluppare un prodotto di livello adeguato.

Quando ha capito che quella era “la svolta” per il suo progetto?

Non credo ci sia mai stata una vera e propria svolta. Si tratta di portare avanti il proprio lavoro giorno per giorno, senza perdere la passione dell’inizio.

Amped si occupa di software che vengono utilizzati in ambito forense. Com’è nato il suo interesse per questo campo?

Il mio interesse sin dai tempi dell’università era lo sviluppo di software e l’image processing. Il bello di questa materia è che applica complessi concetti matematici ottenendo risultati facilmente apprezzabili anche dai non addetti ai lavori, trattandosi di immagini.
Il progetto di Amped è nato con la mia tesi di laurea in Ingegneria Elettronica all’Università di Trieste, sviluppata con i Carabinieri del RIS di Parma. In quell’occasione ho capito che c’era un’esigenza nel mercato non soddisfatta dai prodotti attualmente disponibili.

Amped è utilizzato non solo in Italia, ma anche dalle Forze dell’Ordine di molti altri stati europei e non. Sulla base delle richieste che le vengono fatte, c’è qualche differenza nello studio dei dettagli e delle immagini da paese a paese?

Dal punto di vista tecnico le problematiche sono praticamente le stesse. L’aspetto giuridico invece è molto diverso da stato a stato, così come la competenza delle persone.

Amped è nato durante il suo master presso l’università di Trieste. Come secondo lei la scuola dovrebbe preparare al mondo del lavoro?

In realtà non master ma semplice laurea… Forse perché ho avuto un’esperienza positiva, ma credo che il tipo di preparazione che abbiamo in Italia sia superiore a quella di molti altri paesi. La formazione di tipo anglosassone dà un background molto specifico e tec-nico. La preparazione tipica di un Italiano lo getta sul mondo del lavoro quando ancora non sa fare nulla, ma ha le basi per arrangiarsi a fare di tutto. Il problema principale è la differenza fra offerta e domanda di lavoro. Chiunque lavori in ambito informatico sa quanto sia difficile trovare personale.

Con il suo software ha avuto il coraggio di creare qualcosa di nuovo in un settore molto difficile. Qual è il segreto per farsi avanti senza lasciarsi intimidire?

Forse essere un po’ ingenui. Sette anni fa sono partito con l’obiettivo di creare quello che sarebbe dovuto diventare il software di riferimento a livello mondiale per l’elaborazione di immagini e filmati a fini forensi. Però se mi avessero detto che il mio software oggi è utilizzato dai laboratori centrali delle Forze dell’Ordine in più di 40 paesi non so se ci avrei creduto.

Un ottimo software può sostituire la capacità di analisi di una persona?

No, i due si integrano. Ci sono compiti che una persona fa molto meglio di un software e altri che un software affronta in maniera molto più efficace. I due, messi assieme, permettono di ottenere risultati non raggiungibili né da una persona né da un software singolarmente.

Scopri il profilo di Martino Jerian