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Storie

Senseable City Lab

Carlo Ratti ci presenta la sua innovazione, fatta di spazi resi fluidi e interattivi dalle tecnologie che rivoluzionano la nostra quotidianità

26 Marzo 2015

Ci interessa quindi capire come migliorare la vita dei cittadini e creare nuove interfacce tra le persone e il mondo

Studi alla Facoltà di Ingegneria al Politecnico di Torino dove oggi ha uno studio, una doppia laurea a Parigi, un MPhil e un PhD in Architettura a Cambridge e una borsa di ricerca al MIT di Boston dove attualmente dirige un laboratorio di ricerca, il Senseable City Lab: Carlo Ratti unisce le radici italiane alla capacità di accogliere e sfruttare al meglio gli stimoli e le opportunità che ci sono al di là dei nostri confini. Del resto anche la sua ricerca è incentrata su spazi resi fluidi e interattivi dalle tecnologie che “leggere e invisibili” rivoluzionano la nostra quotidianità. Qui ci spiega come.



Che cos’è l’innovazione per Lei?
Con Schumpeter, direi che si tratta di “fare cose nuove, o cose vecchie in modo nuovo” (“The doing of new things or the doing of things that are already being done in a new way”). Noi ci occupiamo di un ambito specifico, legato alla città – ci interessa quindi capire come migliorare la vita dei cittadini e creare nuove interfacce tra le persone e il mondo.


Qual è l’innovazione simbolo di questa epoca?
Se per questa epoca intendiamo gli ultimi decenni, sicuramente la rete. Se guardiamo invece al presente, parlerei dei sistemi cyber-fisici. L’informazione non è più relegata in un ambito virtuale, ma permea l’ambiente che viviamo ogni giorno. Il mondo fisico e digitale hanno iniziato a convergere, dando adito a quelli che vengono chiamati spesso “sistemi cyber-fisici”. Si tratta di un universo ibrido, in cui non ci sono più confini tra bit e atomi.


Quali sono le fondamenta su cui si costruisce l’innovazione?
Non pensare all’innovazione in sé, ma a come può cambiare la vita delle persone.


In che modo le nuove tecnologie hanno cambiato il mercato?
È una domanda molto generale. Prendiamo il mondo della musica – è stato stravolto dalla rete. In pochi anni siamo passati dalle cassette ai CD digitali, ad iTunes e oggi allo streaming tipo Spotify. Trasformazioni simili sono in corso nelle interfacce tra mondo fisico e digitale di cui parlavamo prima.


Le nuove tecnologie sono sempre un’opportunità o possono essere un ostacolo?
Sono un ostacolo solo se fini a se stesse.


Quale sarà la prossima rivoluzione secondo Lei?
Come dicevamo prima, credo che oggi sia in corso una rivoluzione legata ai sistemi cyber-fisici. Se guardiamo un po' più in là, invece, credo che vedremo novità molto interessanti all'intersezione col mondo biologico.


Come concilia tradizione e innovazione?
Le nuove tecnologie sono leggere e invisibili. Pensiamo all’architettura: le città storiche italiane avrebbero avuto difficoltà ad adattarsi alle tecnologie del secolo scorso, che erano pesanti, invasive, incompatibili con il patrimonio culturale del nostro Paese. Oggi, al contrario, possono facilmente ospitare le tecnologie portate dalla rivoluzione digitale - leggere e invisibili.

Il Made in Italy è ancora un valore?
Lo è quando capace di innovare. Non quando si chiude nella ripetizione di formule ormai obsolete.


In Italia sono più importanti le idee o gli investimenti?
In generale, sono sempre più importanti le idee. Gli investimenti oggi posso arrivare da tutto il mondo, anche dalle piattaforme di crowdfunding.


Qual è il percorso di formazione che raccomanda? In Italia o all’estero?
Penso sia importante in primis avere una formazione ibrida, insieme scientifica e umanistica. Credo che l’Italia sia un ottimo punto di partenza, ma è obbligatorio fare tappa in quelli che sono oggi i centri dell’innovazione – da Londra a Boston, da Singapore a San Francisco.


Che stimoli le ha offerto il Paese?
Moltissimi. Per questo il nostro ufficio di progettazione, Carlo Ratti Associati, ha sede in Italia, Paese che ha una grande tradizione nell’ambito del design e dell’architettura.


Quali sono le sue fonti d’ispirazione in Italia?
La sedimentazione della memoria, che ci aiuta a guardare il futuro con più distacco.


Da bambino, cosa voleva fare «da grande»?
Da bambino volevo fare tante cose. Come nel film «Jules et Jim» di Truffaut, avrei voluto fare il “curioso di professione”: “Voyagez, écrivez, traduisez…, apprenez à vivre partout. Commencez tout de suite. L’avenir est aux curieux de profession.” (“Viaggiate, scrivete, traducete...imparate a vivere dappertutto. Cominciate subito. L’avvenire è dei curiosi di professione”.)


Qual è il rischio più grande che ha corso?
Quello di non iniziare subito a lavorare dopo la laurea a Parigi. Le occasioni non mancavano e gli stipendi erano allettanti, ma non avrei avuto la possibilità di continuare a fare ricerca e a esplorare campi nuovi, come poi ho fatto.


Qual è stata la sua migliore intuizione?
Non saprei... Steve Jobs diceva “You can't connect the dots looking forward; you can only connect them looking backwards.” (“Non puoi unire i puntini guardando avanti; puoi farlo solo guardando indietro”). Forse lo scoprirò a fine carriera?


Quando ha capito che quella era “la svolta” per il suo progetto?
Di nuovo, non sono ancora sicuro che ci sia stata una “svolta”.


Grazie alle tecnologie, le distanze si accorciano e il concetto di spazio è molto cambiato. In che modo l’architettura s’inserisce in questo contesto?
L’architettura si è sempre occupata di disegnare l’interfaccia tra le persone e l’ambiente esterno. Quando vivevamo nelle grotte quest’interfaccia era fatta di atomi. Oggi non possiamo prescindere dai bit. La definizione di architettura non è cambiata, ma gli architetti devono spingersi in ambiti nuovi.


Che cosa sono le real-time city?
Sono città capaci di dialogare con i cittadini e di rispondere alle loro esigenze, in tempo reale. Senza dati in tempo reale non avremmo Uber, AirBnB e molte delle altre applicazioni che stanno cambiando la nostra vita - e che saranno sempre più importanti in futuro.


Lei si divide tra Stati Uniti e Italia. Che cosa uno studente americano può imparare da un italiano e viceversa?
L’italiano dovrebbe imparare a essere più ottimista e meritocratico. L’americano a riconoscere le sfumature del mondo.


I suoi lavori sono stati presentati al MoMa di New York e alla Biennale di Venezia. Gli spazi espositivi istituzionali definiscono e consolidano uno status o sono ancora il trampolino per le rivoluzioni culturali?
Io li vedo soprattutto come luoghi utili al coinvolgimento di altre persone, al fine di innescare un dibattito sul domani.


Quali ingredienti deve avere un’idea perché si trasformi in realtà?
Diceva Alan Key che “Il miglior modo per prevedere il futuro è inventarlo”. Ecco, ogni idea deve partire dalla consapevolezza del presente.

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