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Audi innovative thinking

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Storie

La tecnologia al servizio dei contenuti

Claudio Somazzi ci presenta Applix, la società italiana che ha democratizzato lo sviluppo di applicazioni mobili

20 Marzo 2015

La vera innovazione è creare presupposti perché ci siano nuovi traguardi da inseguire e nuovi posti di lavoro da creare.

Claudio Somazzi ha iniziato la sua carriera nel 1988 in televisione, quindi ha sperimentato con successo format e contenuti innovativi nell’ambito della radio, dell’editoria e di internet. Nel 2003 è stato uno dei fondatori di Digital Magics, uno degli incubatori di riferimento della scena italiana. Oggi guida Applix, la società italiana citata nel 2011 da Steve Jobs che ha democratizzato lo sviluppo di applicazioni mobili e mobilizzato oltre il 50% degli editori italiani. Applix è anche la dimostrazione di come si possa utilizzare la tecnologia al servizio dei contenuti, a cavallo tra innovazione e sperimentazione. Su come vadano fatte le cose per avere successo ha le idee chiare: bene, senza se e senza ma.

Che cos’è l’innovazione per Lei?
Penso prima di tutto all’inventare soluzioni che migliorano la vita di tutti, anche se la vera innovazione è creare presupposti perché ci siano nuovi traguardi da inseguire e nuovi posti di lavoro da creare.

Qual è l’innovazione simbolo di questa epoca?
La grande innovazione di oggi è dare la possibilità a tutti di gettare un seme nel settore della tecnologia.

Quali sono le fondamenta su cui si costruisce l’innovazione?
Un giusto mix tra la tecnologia e contenuti. Sono convinto che sia la tecnologia a dover essere al servizio dell’idea e non viceversa.

In che modo le nuove tecnologie hanno cambiato il mercato?
In maniera radicale: la libertà di fare in tempo reale quello che prima necessitava di lunghe attese è una grande rivoluzione. Il mobile ha reso la comunicazione immediata, così come lo sono gli stimoli che arrivano da un mondo totalmente aperto.

Le nuove tecnologie sono sempre un’opportunità o possono essere un ostacolo?
Possono diventarlo quando sono chiuse. Tecnologia non vuol dire solo tecnicalità, ma anche la possibilità di aprire porte sempre più grandi, per continuare a costruire. L’unico pericolo è quando è chiusa, quando limita.

Quale sarà la prossima rivoluzione secondo Lei?
Tutto il mondo delle tecnologie indossabili, i wearable, e più in generale l’internet delle Cose. E’ un fenomeno stimolante per chi progetta e rivoluzionario per chi lo utilizza, perché entra nel quotidiano delle persone, com’è successo con le app. L’idea che una tutina da neonato possa segnalare o prevenire problematiche è rivoluzionaria. Così come rivoluzionario è ricevere in tempo reale sul proprio smartphone, passando semplicemente davanti ad un negozio, le offerte speciali che rispondono esattamente alle necessità che abbiamo in quel momento. Rivoluzionario è vivere una visita in un museo o scoprire le informazioni su un monumento grazie alle tecnologie wearable: informazioni in tempo reale direttamente nel palmo dell’utente senza che questo debba necessariamente fare una richiesta.

Come concilia tradizione e innovazione?
Sono le persone che ne fanno una sintesi. Le abitudini analogiche coniugate alle opportunità del digitale rendono vincente un prodotto. La mail erano le cartoline che già mandavi: non cambia il gesto, cambia il modo in cui lo compi.

Il Made in Italy è ancora un valore?
È il valore. È la capacità di partire da un foglio bianco, o da una lavagna nera, e scrivere una nuova storia. L’italiano ha la creatività che lo fa uscire dagli schermi. Nel mondo delle app e del mobile il contenitore ha la stessa importanza del contenuto, e nel campo del design, che si tratti di un’applicazione o di un servizio o di un nuovo oggetto tecnologico, non siamo secondi a nessuno. Anzi. Come italiani siamo tra i migliori in assoluto.

In Italia sono più importanti le idee o gli investimenti?
Tre anni fa avrei detto le idee. Oggi purtroppo un’ottima idea non ha la possibilità di crescere in Italia e solo in Italia: deve essere esportabile, scalabile, fruibile in tutto il mondo o almeno a livello potenziale. Per farlo è necessario l’investimento. L’idea ci vuole, ma senza investimento è molto difficile se non impossibile trasformare l’idea in azienda.

Qual è il percorso di formazione che raccomanda? In Italia o all’estero?
Le aziende devono allevare gli innovatori di domani, fornire gli strumenti per trasformare le loro idee in qualcosa di concreto. Questo potenzialmente si può fare anche in Italia, abbiamo molte aziende innovative ma purtroppo non abbiamo ancora un tessuto industriale che consenta alle aziende innovative di fare il grande salto. Mi riferisco alle grandi aziende, quelle davvero rilevanti ai fini dell’economia del nostro paese, che purtroppo non riescono ancora a vedere nelle nuova aziende innovative, le cosiddette startup, aziende da portare al proprio interno per amplificarne la dote innovative e rivoluzionaria. Non sono così perentorio sulla necessità di andare negli Usa o a Londra: i giovani possono crescere anche qui, ma devono cambiare alcune condizioni.

Che stimoli le ha offerto il Paese?
Mi ha dato l’ambizione e la creatività. Noi crediamo fermamente in un sogno, che non è quello di “fare il nuovo Facebook”, ma di creare un’azienda italiana innovativa che sia un punto di riferimento in precisi settori, come quello dell’editoria e della mobilizzazione delle piccole imprese.

A quali traguardi deve puntare il Paese?
Questo paese si deve dare delle regole e comprendere che poi si devono rispettare. Invece qui il più bravo è quello che ‘interpreta’ le regole, e questo è un risvolto che non mi piace della nostra ‘creatività’. Dovremmo essere più meritocratici, più rigorosi, e meno attenti a cercare sempre un piano B. Andremmo molto più veloci, così.

Da bambino, cosa voleva fare «da grande»?
Volevo fare quello che mi piace, quindi quello che sto facendo. Quando ero appassionato di musica ho voluto fare l’autore in tv, e l’ho fatto. Quando ho voluto far parte di un progetto importante e grande, ho fondato Digital Magics insieme a soci che mi hanno insegnato molto. Quando ho voluto progettare applicazioni che venissero apprezzate dai più grandi, come Steve Jobs, l’ho fatto. Ho realizzato tutto quello che sognavo, e mi sento molto fortunato per questo. Si, perché senza fortuna anche tutto il talento del mondo non è scontato che sia sufficiente.

Qual è il rischio più grande che ha corso?
Io adoro ripartire da zero ogni volta: più rischio di così! Più concretamente: il rischio vero è accontentarsi: del gradimento, della popolarità, del successo. Oppure rinunciare: davanti alla burocrazia, davanti alle aziende che non apprezzano l’innovazione, davanti alle difficoltà di creare aziende in Italia. La verità è che non bisogna mai smettere di correre.

Qual è stata la sua migliore intuizione?
Che nella vita, per dare il 110%, è meglio fare qualcosa che ti piace piuttosto che accontentarsi di fare una carriera che altri decidono per te.

Quando ha capito che quella era “la svolta” per il suo progetto?
Non vivo di svolte, penso che ogni progetto vada valutato per livelli. Noi ne abbiamo avuti tre: il primo con la realizzazione di piattaforme innovative che ci hanno permesso di coinvolgere nuovi soci e raccogliere 3 milioni di euro destinati al nostro sviluppo, ben tre anni fa; il secondo con la decisione di non accontentarsi; e il terzo è quello di oggi, quello di fare di Applix non una startup famosa ma un’azienda che funziona. Lascio volentieri agli altri sognare di fare il nuovo Facebook, io ho come riferimento alto aziende come la Ferrero o la Ignis. Inarrivabili, ma ricche di ispirazione.

Quali sono, secondo lei, i settori potenzialmente più interessanti in questo momento?
Quello degli strumenti al servizio del miglioramento della qualità della vita; e quello che si sta realizzando intorno alle biotecnologie.

La tecnologia può essere anche un rischio?
Non è la tecnologia a poter essere è rischiosa, ma chi la utilizza. Google gestisce una mole enorme di informazioni su di noi, ma se lo fa in modo virtuoso, per erogare servizi gratuiti, va bene. In caso contrario potrebbe essere pericolosa.

Lei ha partecipato alla Audi Night, l'evento organizzato sabato 5 luglio 2014 all'interno della Audi Delight Experience al Phi Beach di Baia Sardina, in Costa Smeralda. Che cosa ne pensa in termini di brand experience?
È stata sicuramente un'iniziativa di alto livello. Sia per l'ospitalità riservata, sia soprattutto per l'esperienza innovativa cui abbiamo partecipato la sera. Innovazione nei contenuti, nel modo di confezionarli, e nella selezione dei valori evidentemente cari al brand. Non so se ci possa essere una diretta correlazione tra la vendita di vetture e iniziative come questa, ma indubbiamente in questo modo Audi si propone in maniera molto sofisticata, all’avanguardia nella ricerca tecnologica. Davvero notevole. Molto Applix, se posso permettermi.

Durante la serata è stata svelata la nuova Audi TT. Quali impressioni ne ha tratto?
Una vettura fantastica, senza dubbio. Ricca di elettronica e gadget che tanto piacciono agli ‘incontentabili’ come me. Ma mi ha colpito l'integrazione della tecnologia con le esigenze di tutti i giorni. Quando l'innovazione spinta è subito utilizzabile da tutti con vantaggi reali è un po' come l'uovo di Colombo. Anche in questo tanto di cappello ai tedeschi, ma con tanto genio italiano (di design e di marketing) dentro.

Audi Delight Experience è un programma di iniziative dedicato agli appassionati del marchio. Quali sono i valori che Audi Le ha trasmesso con più efficacia attraverso questa esperienza?
Unicità, tecnologia, performance e sicuramente classe.

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