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Audi innovative thinking

Audi

Storie

La determinazione delle idee

Guk Kim ha creato dal nulla un'app, l'ha fatta crescere e a ha suscitato l'interesse (e gli investimenti) di una grande azienda indiana, con un semplice messaggio via LinkedIn. Da Locorotondo ci racconta la sua impresa.

22 Ottobre 2015

A volte l'innovazione da fare è così semplice e sotto gli occhi di tutti che è difficile vederla e crederci.

Nato a Seul, ma italiano da sempre, Guk Kim è riuscito a creare dal nulla l'app Cibando, a farla crescere e fino a suscitare l'interesse di Zomato, una grande azienda nata in India, il tutto iniziando con un messaggio via LinkedIn. In questa intervista ci racconta la sua storia, in grado di far venir voglia di osare e tentare imprese che sembrano impossibili.



Cosa le è rimasto dell'esperienza con Audi a Locorotondo?

Sicuramente il percorso off road: è stato memorabile! Avevo già guidato l'Audi di mio fratello, che è potente e velocissima, ma questa era la prima volta con un suv e non su strada. Ho guidato una Q7 e l’istruttore accanto a me mi ripeteva: "accelera", ma accelerare sui tornanti con sotto un burrone faceva paura! La macchina però non faceva una piega, teneva bene, perciò è stato emozionante.


Ha avuto modo di confrontarsi con altri innovatori?

L'evento era ben organizzato, anche perché raccolto, e gli ospiti hanno avuto modo di parlare a lungo fra loro. È stata un'ottima occasione per conoscere altri innovatori e confrontare idee, opinioni, difficoltà. Ho conosciuto Elisabetta Rogai, che dipinge con il vino, ed Eliana Salvi che come me ha creato un'app online. Molte persone abitano a Milano e quindi le sento spesso anche adesso, altre in Puglia o a New York, ma comunque sono rimasto in contatto con loro.


Com'è nata l'idea di Cibando?

Tutto è nato agli inizi del 2010. In quel periodo mi trovavo spesso a Milano per lavoro e faticavo a trovare un ristorante. Non sapevo dove andare a mangiare e se la cucina fosse di mio gusto. Allora mi è venuto in mente che si poteva creare un'app che raccogliesse tutte le informazioni relative ai ristoranti della zona. Bisognava però dare un’idea reale e precisa del genere di cucina e di cosa si potesse mangiare. Non era ancora il periodo dei foodblogger e delle foto degli utenti, ma pensai che si potevano fare delle foto professionali dei piatti preparati. All'inizio incontrai le resistenze dei ristoratori che consideravano uno spreco preparare un piatto soltanto per una foto; non ne vedevano le potenzialità in termini di business. Allora cercavo di spiegare loro che, ad esempio, gli alberghi non mostrano solo le immagini della loro struttura, ma anche delle stanze, proprio per dare l'idea dell'esperienza proposta.
Così, pian piano, siamo riusciti a convincerli e ora vendiamo i contenuti alle varie piattaforme che si occupano di recensire i posti.



Poi la svolta con Zomato.

Sì. Si tratta di un'azienda indiana che faceva qualcosa di simile alla nostra app, ma anziché la foto dei piatti, forniva i menu dei ristoranti. Le cose quindi si sono integrate e oggi raccogliamo più menu possibili e li aggiorniamo costantemente, anche perché ogni ristorante cambia spesso la propria offerta. In questo modo si ha un quadro completo del ristorante.

Il contatto con l'indiana Zomato è avvenuto in modo piuttosto inconsueto per la realtà italiana. Ci racconta cosa è successo?

Avevo letto che Zomato voleva espandersi in Europa e stava investendo in questo senso. Ho quindi scritto via LinkedIn al CEO che mi ha risposto subito. Dopo due settimane è venuto in Italia, ma l'accordo è stato possibile solo un anno dopo. È stato strano perché tutte le trattative sono avvenute via Skype, anche con avvocati e investitori. Anzi alcuni investitori non li ho mai incontrati.


È stato un salto nel buio!

Sì ma l'idea nasce dal common sense. A volte l'innovazione da fare è così semplice e sotto gli occhi di tutti che è difficile vederla e crederci. E quindi non si crea il business.


Un'altra cosa inconsueta è l'attenzione che avete avuto per i lavoratori del vostro gruppo.

Durante le trattative abbiamo negoziato moltissimo per tutelare i nostri lavoratori, ma d'altra parte anche Zomato aveva bisogno di persone su cui contare per una realtà a loro sconosciuta. Dovevamo dare fiducia ai nostri ragazzi.


A proposito, che consiglio darebbe a dei ragazzi che vogliono portare avanti la loro start-up?

Ora è un pochino più semplice rispetto a quando ho iniziato, perché online si trovano moltissime risorse. È molto importante leggere le storie di chi compie questo tipo di impresa, confrontarsi con i colleghi e parlare con tutti. In Italia c'è molta paura del fallimento, perché quando si fallisce si viene ridicolizzati, ma la cosa è molto comune nelle start-up.
Perciò diventa fondamentale la persistenza nel portare avanti la propria idea. Anche noi abbiamo incontrato delle difficoltà, ma adesso sono cinque anni che andiamo avanti. E poi è stato utile trasferirsi a Milano, dove c'è un vero e proprio ecosistema delle start-up, dove ho potuto confrontarmi con realtà simili alla nostra.

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