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Storie

La sostenibilità scende in pista

L'intervista a Mario Cucinella, ospite Audi alla 24 ore di Le Mans, racconta i parallelismi tra le auto e il mondo dell'architettura e il design.

27 Agosto 2015

"Quando guardo una macchina così capisco il senso, la ricerca, le ragioni profonde di quella complessità costruttiva"

Architetto, designer e vincitore di prestigiosi premi internazionali, Mario Cucinella considera il proprio lavoro un atto di responsabilità verso il territorio e le persone che ne fanno parte. Da sempre molto attento alle tematiche ambientali ed energetiche, ci spiega cosa significhi sostenibilità e ci fa notare come auto ed edifici abbiano molto in comune.


Cosa ricorda della sua partecipazione da spettatore alla 24 Ore di Le Mans?
La cosa che mi ha colpito di più è l’energia che si percepisce, la fibrillazione per una gara che è di resistenza ma il cui spirito di positiva competizione si respira fin dalla partenza. Rispetto ad altre gare è anche molto, molto popolare, come dimostra l’arrivo di persone di ogni genere da tutta Europa che si accampano per seguire la corsa ventiquattro ore su ventiquattro. È un’esperienza molto bella da vivere perché l’ambiente non è esclusivo e tutti sono accomunati dalla passione per la corsa.
L’accoglienza Audi è stata particolarmente attenta, con un’organizzazione che ci ha fatto vivere in pieno lo spirito della competizione, che si traduce in un livello elevatissimo di tecnologia e innovazione.


Le Audi R18 utilizzate in gara hanno un sistema ibrido che permette di raggiungere velocità altissime con consumi decisamente bassi. Anche nel suo percorso le tematiche ambientali rivestono un ruolo particolare. Cosa significa nel suo lavoro la sostenibilità?
Sostenibilità è una parola ricca di significati che va interpretata in modo molto concreto. Il lavoro degli architetti e dei designer è un atto di trasformazione dell’ambiente, che comporta il passaggio da un elemento naturale a uno artificiale. Per tanti anni abbiamo creduto in tecnologie di qualsiasi tipo benché consumassero energia e inquinassero. Oggi le cose sono cambiate. Un edificio è concepito per essere privato, ma costruire comporta una responsabilità verso la collettività. Per me la sostenibilità è questo: la responsabilità verso l’ambiente e le persone. È un elemento concreto e misurabile, come i consumi si calcolano con strumenti precisi e la qualità della vita delle persone con la loro felicità. Bisogna sempre fare attenzione alle conseguenze, al di là della performance. Chi costruisce deve avere un fine, che è quello di vivere meglio.
Si può fare un parallelismo straordinario tra l’evoluzione dell’architettura e quella delle auto, sempre più sofisticate e attente all’impatto sull’ambiente, ai consumi e alla sicurezza. Gli edifici non si muovono, ma viaggiano nella nostra memoria. D’altra parte il concetto di auto intesa come oggetto privato sta virando verso quello di mobilità, grazie a iniziative come il car-sharing, promosse direttamente anche dalle case automobilistiche.
Se non si dà una dimensione umanistica al nostro lavoro si potrebbe cadere di nuovo negli errori fatti negli anni Novanta, quando l’euforia produttiva ci ha spinto verso un concetto di hi-tech che ci è costato moltissimo in termini di impatto ambientale. Questa crisi ci ha costretto ad una nuova sobrietà e all’attenzione agli sprechi e all’utilizzo consapevole di risorse ormai scarse.


C’è qualcosa che accomuna le auto usate in gara a quelle utilizzate nella vita di tutti i giorni?
Durante la Le Mans è stato interessante capire come gli strumenti di gara portati al massimo dello sforzo e quanto la capacità di resistere a tali sollecitazioni per 24 ore si trasformino concretamente in innovazioni utili nella vita di tutti i giorni. E poi l’associazione mentale degli elementi della nostra macchina a quelli utilizzati in gara creano un immaginario bellissimo e molto potente, che ci fa pensare alla libertà di movimento. Anche quando ci ritroviamo in coda nel traffico.


Dev’essere stato uno spettacolo straordinario…
Alla Le Mans c’erano delle auto bellissime con un’estetica non fine a se stessa, ma che unisce la forma e il contenuto, il design all’utilità. Quando guardo una macchina così capisco il senso, la ricerca, le ragioni profonde di quella complessità costruttiva. Sono oggetti che non piacciono solo agli occhi, ma ci riavvicinano alla natura per la quale tutto ha uno scopo, tutto è realizzato per un fine.


Fra le tante cose di cui si occupa, lei ha creato anche la School of Sustainability. Quali sono le nuove figure professionali di cui c’è bisogno?
I ragazzi che escono dall’università non sono pronti dalle sfide che abbiamo davanti. Eppure ci sono degli obiettivi molto chiari (consumi, energia, fonti rinnovabili, riduzione della CO2), che comportano delle azioni ben precise. Si tratta di temi che vanno in una direzione segnata dall’Europa che, con tutti i suoi difetti, è all’avanguardia sull’ambiente. La formazione deve essere anche di carattere umanistico, perché la tecnologia non basta, ci vuole una visione completa e pionieristica. La School of Sustainability vuole affrontare l’urgenza del futuro: è vero che la nostra quotidianità è difficile, ma abbiamo perso la visione del futuro e il rischio è che il domani arrivi quando noi non siamo pronti.