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Storie

Innovazione nella Gamer Culture

Raffaele Gaito, fondatore di Mangatar, ci svela il panorama del gaming e cosa voglia dire essere un imprenditore e innovatore in questo settore

03 Luglio 2015

"Una delle cose più belle del nostro popolo è il fatto di essere sempre pieno di idee e di inventiva"

Passano le mode, passano gli anni, ma la cultura ludica non passa mai: dalla scacchiera al videogame più sofisticato c'è una linea di continuità nel corso dei secoli. Abbiamo parlato di innovazione, cambiamento, imprenditoria e gamer culture con Raffaele Gaito, fondatore di Mangatar, programmatore e startupper ottimista.


Che cos’è l’innovazione per Lei?
Ci sono decine di definizioni di innovazione che variano molto in base al punto di vista dal quale si vuole guardare la cosa. Gli scienziati tendono ad equipararla alla scoperta, gli imprenditori la legano a filo doppio con il profitto, e così via. Personalmente ho sempre adorato la definizione che ne ha dato Szent-Györgyi (lo scienziato che ha scoperto la vitamina C): “L’innovazione consiste nel vedere ciò che tutti hanno visto e nel pensare ciò che nessuno ha pensato”.


Qual è l’innovazione simbolo di questa epoca?
Dipende da cosa intendiamo per “questa epoca”. Se posso andare indietro di qualche decennio, dico senza dubbio Internet! Potrà sembrare banale o abusato ma è così. Faccio parte di un’industria che senza Internet non esisterebbe. E così come la mia me ne vengono in mente decine, se non centinaia.
L’impatto che ha avuto sulla vita quotidiana di tutti è probabilmente senza precedenti.


Quali sono le fondamenta su cui si costruisce l’innovazione?
Credo che anche in questo caso la risposta vari molto in base al punto di vista di chi sta innovando. Da imprenditore mi sento di dire che l’innovazione, dal punto di vista aziendale, è influenzata da fattori esterni e interni. Per esterni intendo dall’ecosistema (ambiente, stimoli, risorse, ecc) nel quale l’azienda si trova; per interni mi riferisco al tessuto culturale dell’azienda stessa (apertura verso il cambiamento, forme organizzative, ecc).


In che modo le nuove tecnologie hanno cambiato il mercato?
È impossibile negare che le nuove tecnologie abbiamo cambiato il mercato. Indipendentemente dal settore a cui facciamo riferimento. In ognuno di essi è stata introdotta qualche tecnologia che l’ha rivoluzionato, più o meno radicalmente.


Le nuove tecnologie sono sempre un’opportunità o possono essere un ostacolo?
Mi definisco “technology addict” e per questo raramente riesco a vedere risvolti negativi nell’introduzione di nuove tecnologie. Ho sempre pensato che sia parte di un processo più grande e che il ruolo degli imprenditori – e degli innovatori, in generale – sia di adoperarsi per ricavarne il meglio. Raramente mi viene da pensare a una nuova tecnologia come un ostacolo. Se succede è perché probabilmente mi sta sfuggendo qualcosa, non ho ancora compreso il quadro generale. Dovunque ci sia un ostacolo c’è sicuramente un’opportunità per qualcun altro.


Quale sarà la prossima rivoluzione secondo Lei?
È già in atto ed è quella dei cosiddetti “makers” e tutto ciò che è legato al loro “movimento”. Credo che abbiamo visto solo una piccolissima parte di ciò che è possibile realizzare con queste nuove tecnologie. Se penso ai progressi fatti in questo campo nell’ultimo biennio mi rendo conto che c’è stato un salto in avanti incredibile. Penso che nei prossimi anni ne vedremo delle belle!


Come concilia tradizione e innovazione?
In realtà sono due aspetti che non ho mai vissuto in maniera contrastante. Si potrebbe pensare che gli italiani siano un popolo di tradizionalisti ma non dobbiamo dimenticare che è sempre stato anche un popolo di innovatori, in tanti settori. Questo deve essere un nostro punto di forza!
Il caso dei “makers”, è eclatante. Se consideriamo il fenomeno a 360 gradi, coinvolgendo quello che oggi chiamano “artigianato 2.0” o “artigiani innovatori”, ci rendiamo conto facilmente che ci sono dei settori nei quali riusciamo a conciliare tradizione e innovazione in maniera eccelsa: architettura, artigianato, moda, cibo, turismo, ecc.


Il Made in Italy è ancora un valore?
Certo! E lo è proprio se riusciamo a conciliare tradizione e innovazione. Se facciamo riferimento ai settori citati in precedenza (moda, cibo, artigianato, ecc), ci sono decine di casi di aziende (non per forza startup) italiane che sono riuscite a portare avanti il valore del Made in Italy e, allo stesso tempo, essere altamente innovative.


In Italia sono più importanti le idee o gli investimenti?
L’idea è importante, su questo penso ci sia poco da aggiungere. Ma come siamo abituati a dire noi startupper, quello che conta veramente è l’esecuzione. Ovvero come questa idea diventa poi realtà, diventa impresa. Molto spesso per fare questo è necessario che ci siano dei capitali a disposizione, degli investimenti.
È inevitabile che i due aspetti siano legati a doppio filo. Tante idee e zero investimenti costringono le persone ad andare all’estero. Tanti soldi e poche idee non creano un ecosistema solido.
Negli ultimi anni gli investimenti sono andati aumentando. Forse, come è stato fatto notare spesso, si tratta ancora di tanti piccoli investimenti “seed” e pochi investimenti nelle fasi successive. C’è la necessità di fare un passo successivo, per poter competere con l’estero e non ritrovarci una nazione fatta solo di “startup nane”.


Qual è il percorso di formazione che raccomanda? In Italia o all’estero?
Un periodo all’estero è fondamentale. Che sia un master, un dottorato o un semplice Erasmus è importantissimo andare a veder cosa succede fuori dal nostro Paese. Oggi più che mai.
Senza per forza pensare alla Silicon Valley, in questo momento ci sono alcuni ecosistemi in forte crescita anche intorno a noi: Berlino, Londra, Amsterdam o Helsinki, per esempio.
Confrontarsi con gli altri per capire cosa funziona e cosa no, cosa è replicabile e cosa no, è di vitale importanza, indipendentemente dal voler tornare o meno in Italia.


Che stimoli le ha offerto il Paese?
Una delle cose più belle del nostro popolo è il fatto di essere sempre pieno di idee e di inventiva. Spesso siamo costretti a pensare “out of the box” per cause di forza maggiore. In un certo senso questo è uno stimolo costante. Ho avuto il piacere di conoscere molte persone che da questo punto di vista sono fonte continua di ispirazione e contaminazione.


Quali sono le sue fonti d’ispirazione in Italia?
Da quando la mia esperienza di startupper è iniziata ho avuto il piacere di conoscere tantissime persone in gamba. Alcune dal vivo, altre solo online. Molto spesso non sono sotto i riflettori.
Preferisco non citare grossi nomi del passato (inventori o imprenditori di successo) ma pensare a chi giorno dopo giorno cerca di costruire qualcosa e, mentre lo fa, trova il tempo per dare una mano agli altri.


Da bambino, cosa voleva fare «da grande»?
Come tutti i bambini ho avuto diverse fasi. Dall’allenatore di calcio all’astronauta, passando per il pilota. Ricordo in maniera nitida che due figure erano frequenti nei miei modelli: lo scienziato e l’inventore.
Direi che con una laurea in scienze e un percorso da imprenditore, questi sono i due a cui mi sono avvicinato di più.


Qual è il rischio più grande che ha corso?
Dal punto di vista imprenditoriale penso che si corrano rischi ogni volta che “l’ideale” si scontra con “il concreto”. Quando ci si trova di fronte a decisioni di questo tipo ci sono sempre dei rischi.


Qual è stata la sua migliore intuizione?
Non accettare un lavoro da dipendente subito dopo la laurea. Nonostante le mille difficoltà e i momenti “no” che ci sono in questo tipo di percorso, se dovessi tornare indietro lo rifarei altre mille volte.


Quando ha capito che quella era “la svolta” per il suo progetto?
Svolta è un parolone. Si tende troppo facilmente a definire una startup “di successo” e a dire che “ce l’ha fatta”. Io penso di essere solo all’inizio di questo percorso e di avere ancora tanta strada davanti a me. Tanti aspetti da migliorare e tanti errori da commettere. Una vera svolta non c’è stata ancora.


Gli anni passano, le tecnologie si evolvono, ma i card game restano: secondo lei, cosa c'è nel card game di così attraente da resistere di generazione in generazione?
Ci sono diversi fattori che rendono i card game dei giochi di successo e degli eterni “evergreen”. Innanzitutto sono tra i pochi giochi a poter vantare sia la controparte digitale che quella fisica/tangibile. Questo fa si che i giocatori del nostro titolo Dengen Chronicles non siano solo ragazzini appassionati di robot e ninja ma anche persone di 30/40 anni che hanno passato la loro infanzia giocando a Magic.
Poi c’è da considerare il collezionismo. Nei card game, oltre alle meccaniche di scontro presenti in altre tipologie di giochi, c’è anche questo aspetto. Uno dei passatempi più vecchi del mondo che si applica con le stesse dinamiche ai giochi, sia fisici che digitali.


La gamer culture è stata molto sotto attacco negli ultimi anni per un diffuso problema di maschilismo e per la tendenza a marginalizzare le donne. Che atmosfera c'è nella scena italiana?
La gamer culture è sotto attacco di continuo per diversi motivi ma con solite dinamiche, quasi sempre basate sulla disinformazione.
In realtà lo scenario del gaming è cambiato molto negli ultimi anni (in Italia e nel mondo) e le ultime ricerche ormai confermano che le donne giocatrici hanno superato gli uomini (52% vs 48%). Così come sono in aumento anche le donne coinvolte nell’industria dei videogiochi.
Come dicevo all’inizio, qualsiasi cambio culturale si ottiene facendo informazione e, da questo punto di vista, in Italia sta svolgendo, ormai da anni, un ottimo lavoro AESVI, l’Associazione Editori e Sviluppatori di Videogiochi Italiani.


Come si diventa imprenditori prima dei trent'anni?
Qualcuno dice che bisogna nascerci. Qualcun altro è convinto che si possa imparare.
Io credo che ci siano entrambi i fattori: bisogna sicuramente nascere con la propensione al rischio e all’indipendenza ma poi è necessario imparare tanto.
Imparare, sia con lo studio sia sul campo, sbattendo la testa nei problemi ed essendo costretti a risolverli.
Quindi, forse la risposta migliore è: fare! Se si vuole intraprendere questa strada, bisogna avere il coraggio di iniziare, indipendentemente dall’età.


Che consigli darebbe a un giovane interessato al mondo del gaming che voglia farne una professione?
Essere bravo con i videogiochi non significa essere capaci di realizzarne uno. Essere capaci di realizzare un videogioco non significa essere in grado di fare l’imprenditore.
Il consiglio che mi sento di dare è di comprendere bene questo interesse. Ci sono diversi modi per fare del gaming una professione: c’è chi gioca per lavoro, chi recensisce, chi testa, chi li realizza, e così via.
Un buon punto di partenza potrebbe essere provare a cimentarsi in un progettino personale nel tempo libero, per mettere alla prova le proprie capacità e capire, allo stesso tempo, quanto è effettivamente forte questa passione.

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