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Storie

Nemoris e l'archiviazione semantica

Anna Elisabetta Ziri ha progettato un sistema di archiviazione totalmente innovativo, che si basa sul riconoscimento semantico dei dati inseriti

18 Giugno 2015

Innovazione è vedere il mondo con modalità nuove.

Documenti cartacei, file audio, video e immagini: a volte la quantità di dati accumulati diventa un vero e proprio labirinto da cui è difficile uscire con un risultato. Ma, come spesso accade, per ritrovare la giusta direzione basta cambiare punto di vista. Anna Elisabetta Ziri, ha fondato Nemoris, una start-up che scardina i rigidi criteri di archiviazione a cui siamo abituati, in favore di un’archiviazione semantica, un sistema più fluido ed efficiente che inserisce i dati in un contesto di riferimento. In questo modo avere l’informazione giusta al momento giusto è ancora più semplice.

Che cos’è l’innovazione per Lei?
Vedere il mondo con modalità nuove.

Qual è l’innovazione simbolo di questa epoca?
Difficile scegliere, ma direi che la condivisione digitale e di risorse è la più significativa. Sono convinta che, parallelamente alla stampa 3D, rivoluzionerà le nostre attuali categorie economiche, anzi, già lo sta facendo.

Quali sono le fondamenta su cui si costruisce l’innovazione?
Mi ha sempre colpito il fatto che alcune invenzioni che hanno cambiato la faccia del mondo siano state spesso scoperte da più persone contemporaneamente e in luoghi diversi. Un momento non esiste la lampadina, il telefono e poi, nel giro di qualche anno, tutto cambia grazie a queste accelerazioni. A volte succede così anche per la fisica, la matematica. Ci sono dei momenti in cui i tempi sono maturi e si creano ecosistemi tali che certi cambiamenti devono avvenire per forza. Oggi l’ecosistema è sempre più globale, l’accelerazione verso nuovi paradigmi è inevitabile.

In che modo le nuove tecnologie hanno cambiato il mercato?
Da un lato il costo marginale di molti beni è sceso radicalmente, mettendo in crisi molti settori che non sono riusciti ad arrivare a numeri consistenti su un mercato sempre più concorrenziale, dall’altro, l’accesso alla creazione di molti beni si è abbassato.
Ora metter su un’azienda digitale richiede soprattutto un investimento di lavoro.
Anche noi abbiamo cominciato autofinanziandoci, lavorando da casa sui nostri portatili,
incontrando i clienti in salette condivise con altre start-up o in videoconferenza e gestendo il nostro ufficio completamente in cloud. La differenza la fanno le persone e le idee,
naturalmente.

Le nuove tecnologie sono sempre un’opportunità o possono essere un ostacolo?
Questa è la domanda del pugnale e del bisturi, no? Le nuove tecnologie spesso sono inevitabili. Se hanno un lato oscuro, bisogna imparare a gestirlo, a farsi delle domande. Ma più che cercare di contenere quanto c’è di nuovo sarebbe meglio venire fuori con un’idea ancora migliore, che non produca più quegli “effetti collaterali” e che sia moralmente ineccepibile.

Quale sarà la prossima rivoluzione secondo Lei?
Ci vuole qualcosa nel settore dell’energia. Tutta questa tecnologia ha bisogno di elettricità per funzionare. Se avessimo veramente la capacità di produrre energia dovunque in maniera superefficiente, potremmo finalmente distribuire le possibilità creative su tutto il pianeta. Chissà, magari tra qualche anno passeggeremo tutti con abiti che catturano i raggi solari per alimentare i nostri wearables. Ma soprattutto ci vuole quest’opportunità per costruire e innovare dovunque nel mondo. Pensate, un kit con un computer, un alimentatore a energia pulita e una stampante 3D e si potrà costruire quello che si vorrà in qualsiasi parte del pianeta. Finalmente si potrà contribuire al progresso a prescindere dalla nazionalità e dalle condizioni di partenza.

Come concilia tradizione e innovazione?
Sono una matematica, ho lavorato tanti anni per un’azienda che produceva un CAD
meccanico. Ho imparato a programmare in ambienti strutturati, dovevo avere molto chiaro
cosa facevo, era importante controllare tutti gli output. Ho visto evolvere le tecnologie. Ora si fa quasi tutto a livello visuale, mettendo insieme componenti già fatte. La mia formazione mi è stata estremamente utile per sapere cosa succede sotto quei moduletti, per continuare ad approfondire, cercando di creare una struttura rigorosa e ben architettata.
Google ha sicuramente cambiato la programmazione, lì si trovano spesso le risposte a tutto, ma sono ancora affezionata allo studio sui libri. Magari li ho sul kindle, ma se ho bisogno di capire a fondo una cosa devo studiare, non può bastare la breve spiegazione trovata online.
Poi amo la lingua latina. Il nome della mia società e dei nostri prodotti sono in latino, così come i nomi delle classi all’interno del software. I miei collaboratori mi prendono sempre in giro per questo. Il latino era la lingua franca del suo tempo, ha in sé un’idea di globalizzazione e modernità. I romani erano dei fantastici innovatori pratici, bravissimi a contaminarsi con altre culture per evolvere. Ci può stare con il coniugare tradizione e innovazione?

Il Made in Italy è ancora un valore?
Ho lavorato per molti anni per una multinazionale. Ho lavorato con americani, francesi, indiani, cinesi e giapponesi e ognuno aveva un approccio dettato dalla sua cultura e dalla formazione tipica del suo paese. Sinceramente ho sempre notato che gli italiani sanno distinguersi per risultati e creatività. Non è solo questione di bravura, ma è anche la capacità di uscire dagli schemi, di non farsi spaventare dall’ignoto, di cavarsela. Quello che invece ho visto, soprattutto in altri ambiti, è che questa capacità non viene adeguatamente valorizzata. Siamo pieni di complessi dal punto di vista tecnico, come se valessimo di meno. All’estero girano più soldi e i tecnici vengono ascoltati e premiati. Ben venga quindi parlare di Made in Italy se significa: “facciamo le cose per bene e prendiamocene il merito”.

In Italia sono più importanti le idee o gli investimenti?
In Italia manca la velocità. Le idee ci sono, ma un po’ nane perché sanno che non possono contare su investimenti e spinte. I soldi - quando ci sono - vengono spesso inseriti in percorsi burocratizzati e non conviene inseguirli se ci si vuol muovere velocemente. Se si togliessero gli ostacoli gli investimenti arriverebbero.

Qual è il percorso di formazione che raccomanda? In Italia o all’estero?
Io sono figlia di un italiano e di una francese, nulla come confrontarsi con culture diverse ti fa capire chi sei e cosa vuoi, senza rientrare nei percorsi già stabiliti dalla tradizione. Non sono d’accordo che la scuola italiana sia così terribile ma, a parte una buona formazione teorica, non fornisce esperienza, confronto e aggiornamento. Molti di noi hanno imparato l’approccio pratico sul posto di lavoro, ma bisogna trovare il modo di anticipare questa parte della formazione. I miei figli studiano alla scuola pubblica italiana e io sono davvero contenta degli stimoli che ricevono, ma mi pare necessario che vedano anche oltre questo orizzonte locale.

Che stimoli le ha offerto l’Italia?
Molti dei colleghi con cui lavoravo prima sono andati a lavorare all’estero. Io ho deciso di
rimanere qui, per la mia famiglia, ma non solo. Questa idea tutta italiana per cui il bello, il buono e il salutare coincidono mi continua ad ispirare. In qualche modo questo stile di vita va riportato nella cultura aziendale: bisogna rendere bello lavorare qui, per il gusto di fare cose utili, che facilitino la vita delle persone, che evitino azioni inutili e stressanti.
Per esperienza so che in molti credono che si scriva un software migliore dopo aver socializzato a pranzo, se ci si aiuta tra colleghi, se si fanno le cose insieme, se si rispetta la vita personale dei lavoratori senza imporre orari folli.
C’è un aneddoto: un coach arriva in un’azienda italiana e spiega cos’è il team spirit con slogan, corsi di fiducia reciproca, giochi di ruolo. Gli Italiani non capiscono. Loro già spontaneamente si danno una mano fra di loro!
Purtroppo ho l’impressione che certi modelli si stiano perdendo, mentre sono un valore caratterizzante.

A quali traguardi deve puntare il Paese?
Meno burocrazia, più chiarezza. E di nuovo meno burocrazia. Troppi puntini sulle i, troppi
regolamenti non basati sulla realtà. I continui adempimenti, la mancanza di limiti chiari sono costi nascosti che rendono pesantissimo muovere qualsiasi passo in Italia. Conosco tantissima gente in gamba che davvero potrebbe cambiare le cose, ma che si stanca di lottare in questo modo.
Tolti gli ostacoli, gli italiani faranno il resto.

Da bambina, cosa voleva fare «da grande»?
Oh, tante cose. L’archeologa, la proprietaria terriera, l’astronauta…Dipendeva dall’ultimo film visto. Ma la strada che ancora oggi mi dispiace non aver seguito è quella dell’ingegnere civile. Io volevo costruire ponti. Ho una vera fissa per i ponti, ogni volta che ne vedo uno ci ripenso. Mi dissuase mio padre, raccontandomi la dura vita di cantiere. Avrei dovuto fare di testa mia, ma alla fine amo molto il mio mestiere, costruisco comunque strutture complesse, anche se in digitale.

Qual è il rischio più grande che ha corso?
Mollare il lavoro e mettere su un’impresa in periodo di crisi potrebbe essere considerato
rischioso, effettivamente. Ma è stato ponderato, e poi eravamo in due, questo ha aiutato. Ho sempre avuto vicino persone molto in gamba con cui dividere i miei rischi: la mia famiglia, la mia socia Silvia Parenti…Da soli è più azzardato, mentre avere qualcuno con cui affrontare i momenti difficili e dividere i successi è un vantaggio. Del resto la maggior parte delle start-up più famose è cominciata da due persone.

Qual è stata la sua migliore intuizione?
Sicuramente approcciare il problema della gestione documentale da un punto di vista nuovo. Nemoris è uno dei casi in cui la tecnologia ha seguito l’analisi di un problema concreto. Dovevamo archiviare i documenti di uno studio legale, in cui c’erano già dei gestionali che nessuno usava.
“E se invece di far fare il lavoro agli avvocati automatizzassimo il processo?”
Se avessimo seguito la strada già battuta ci saremmo trovati con l’ennesimo software fotocopia di tanti altri.

Quando ha capito che quella era “la svolta” per il suo progetto?
Abbiamo presentato il primo prototipo a Smau - Research 2 Business. Questa volta non c’erano avvocati, ma tutti quelli che si fermavano per la demo dicevano: “Serve anche a me!”. Noi rispondevamo: “Non c’è problema, lo possiamo fare.”
Ora i nostri prodotti di punta sono: Nexus, un motore di archiviazione automatica e ricerca semantica di documenti digitali per aziende e Opus, basato sulla stessa tecnologia e personalizzato per l’analisi dei profili professionali e delle informazioni importanti nei curriculum vitae.

Secondo lei come possiamo rendere l’abbondanza di informazioni e dati che
caratterizza la nostra epoca un vantaggio e non un motivo di confusione?

Non sono molte le aziende che davvero hanno a che fare con i big data, ma anche per un’azienda piccola i dati cominciano ad essere davvero big.
Facciamo un esempio con i curriculum vitae. Un tempo se un’azienda metteva un annuncio, riceveva un numero limitato di curriculum. Adesso ne arrivano centinaia. Non solo. Oggi molta gente cerca lavoro, puntando anche a posizioni lontane da casa. C’è davvero qualcuno che si legge centinaia e centinaia di Cv?
Bisogna riuscire a scremare, ma in maniera intelligente, non limitandosi a parole chiave che rischiano di non selezionare un candidato perfetto che, però, non ha utilizzato i termini chiave nel suo curriculum.
Alcuni sistemi simulano la comprensione umana del testo e lo analizzano nei dettagli, estraendo le informazioni secondo il loro significato e collegandole fra di loro. Questo consente di ottenere solo i dati significativi e di ridurre il lavoro di scrematura. Un risparmio in tutti i sensi.

Contribuendo all’archiviazione del materiale cartaceo, Nemoris impedisce lo spreco di carta. Il rispetto dell’ambiente è una forma di innovazione?
Il rispetto dell’ambiente è la base da cui partire, siamo già oltre l’innovazione. Se non te ne
preoccupi sei rimasto indietro di decenni. Quando abbiamo fondato la nostra azienda abbiamo messo alla base un utilizzo rigoroso delle risorse e il nostro software vuole permettere ai nostri clienti di fare altrettanto. Nemoris, del resto, in latino vuol dire “della foresta”, abbiamo un nome programmatico.

Quali vantaggi ha un nativo digitale rispetto al passato?
L’accesso al resto dell’umanità in meno di 10 cm quadrati. È chiaro che con questa opportunità ti sviluppi con un cervello diverso.

Quali consigli invece deve ascoltare dalle vecchie generazioni?
Imparare a studiare sui libri e, ogni tanto, saper chiudere il mondo digitale fuori.

Nemoris è una start-up al femminile. A quali modelli femminili devono ispirarsi le
giovani donne nel loro lavoro?

A chiunque sia appassionato di quello che fa, uomo o donna, e abbia voglia di mettersi in gioco e crearsi la vita che vuole. Noi non abbiamo il tipico profilo dell'imprenditore italiano, siamo due donne laureate in materie scientifiche, non veniamo da famiglie di imprenditori, abbiamo figli piccoli, ma non abbiamo pensato che questo potesse essere un ostacolo. Quando ci hanno detto che eravamo “inusuali” abbiamo semplicemente risposto: “Non ci abbiamo fatto caso” e abbiamo proseguito per la nostra strada. In fondo, se non ci sono modelli, basta crearli.

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