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Storie

Il lato rosa della scienza

Luisa Torsi ci racconta le sfide e le possibilità dell’essere una donna nel mondo della scienza.

29 Maggio 2015

Innovazione è un percorso a ostacoli che si origina da un’idea e si sviluppa attraverso il lavoro

Donne e scienza: un binomio carico di difficoltà e discriminazioni ma anche impregnato di genio. Abbiamo chiesto a Luisa Torsi, professoressa di Chimica Analitica e presidente del corso di laurea in Scienza dei Materiali presso l'Università di Bari “Aldo Moro” nonché Inventrice Italiana del 2013 secondo l'associazione Itwiin (Italian Women Inventors & Innovators Network), di parlarci di innovazione in campo scientifico, e di come dare più spazio alle donne che vogliono intraprendere questo percorso di studi.

Che cos’è l’innovazione per Lei?
Un percorso a ostacoli che si origina da un’idea e si sviluppa attraverso il lavoro di un team di persone con competenze che sono proprie sia del mondo accademico che del comparto industriale e produttivo.

Qual è l’innovazione simbolo di questa epoca?
Ci sono molte innovazioni che caratterizzano la nostra epoca. A me piace ricordare le innovazioni che hanno cambiato la vita di tutti i giorni attraverso nuovi strumenti per la diagnostica. Fra questi un ruolo importantissimo rivestono i biosensori che diventeranno sempre più performanti e meno invasivi. Diventerà comune analizzare una serie di marker nella saliva o nelle lacrime.

Quali sono le fondamenta su cui si costruisce l’innovazione?
Sulla conoscenza, non ho dubbi su questo.

In che modo le nuove tecnologie hanno cambiato il mercato?
Direi che lo hanno rivoluzionato introducendo beni di consumo che non erano neanche immaginabili fino a poco tempo fa.

Quali sono secondo lei le opportunità offerte dalle nuove tecnologie?
Ci sono opportunità enormi, ma non sono sempre facilmente identificabili. Anche in questo ambito sarebbe fondamentale una migliore sinergia fra il mondo che inventa le nuove tecnologie e i settori produttivi. In Italia questo è senza dubbio l’anello più debole della catena.

Quale sarà la prossima rivoluzione secondo Lei?
La comunicazione con il pensiero.

In Italia sono più importanti le idee o gli investimenti?
Gli investimenti assegnati con il solo criterio del merito. Le idee non mi pare che manchino.

Qual è il percorso di formazione che raccomanda? In Italia o all’estero?
Dipende la tipo di formazione. In generale raccomando l’Italia per tutti quei settori della formazione in cui siamo leader.

Che stimoli le ha offerto il Paese?
Sono arrivata a questo punto grazie a una formazione tutta italiana. Ma la scienza e l’innovazione sono comunità necessariamente internazionali e quindi gli stimoli mi arrivano da tutto il mondo.

Come si apre la strada dell’innovazione in Italia?
È una strada difficilissima da aprire. Soprattutto per lo scollamento che ancora esiste fra accademia e mondo produttivo.

Qual è il rischio più grande che ha corso?
Quando durante il Dottorato di Ricerca ho deciso di occuparmi di argomenti che erano completamente estranei alla mia formazione.

Qual è stata la sua migliore intuizione?
Usare dispositivi ad effetto di campo come sensori multi-parametrici per studiare interazioni chimiche e biologiche.

Quando ha capito di essere arrivata a un punto di svolta nel suo lavoro?
Quando mi hanno rassegnato il premio H. E. Merck.

Ada Lovelace, Hedy Lamarr, Rita Levi Montalcini, Marie Curie: sono così poche le innovatrici che vengono in mente di primo acchito, eppure le donne nella scienza sono tante. È un problema di riconoscimento del lavoro svolto o di vera e propria assenza delle donne dal campo scientifico?
Le donne in campo scientifico ci sono e sono sempre di più. Il problema è che per meccanismi difficili da dipanare, arrivano in percentuali veramente basse, spesso minori del 10% a ricoprire le posizioni apicali. Non solo: stime dicono che la parità di rappresentanza fra i generi nelle stanze dei bottoni è ancora molto al di la da venire.

Lei si è espressa in favore delle quote rosa in ambiente scientifico. Le quote rosa sono un punto controverso, perché molti le ritengono ulteriormente discriminatorie. In che modo ritiene invece che possano aiutare a liberare un patrimonio di competenze altrimenti bloccato?
Le quote rosa sono un strumento transitorio per accelerare il processo di riequilibrio delle rappresentanze di genere in tutte le posizioni soprattutto quelle apicali. Chi le considera un “ulteriore elemento di discriminazione” non guarda il problema con il dovuto distacco e la dovuta razionalità. Nei paesi dove il rigore è un metodo le quote rosa ci sono da tempo. E non solo in politica. Ho discusso nel dettaglio questo argomento in un articolo sul giornale Galileo.

La ricerca scientifica in Italia è molto penalizzata, eppure è dall'Italia che arrivano molte scoperte e invenzioni che si sono diffuse in tutto il mondo (in tempi recenti, anche le cure per l'ebola). Può aiutarci a fare il punto su questo tema?
Non mi occupo di ebola, ma è sicuramente vero che la ricerca in Italia continua a produrre risultati di spicco. Quello che manca è una produzione solida e continuativa di ricerca di buon livello. Per fare questo ci vorrebbero finanziamenti dedicati assegnati attraverso una struttura di progetti valutati esclusivamente e seriamente sulla base del merito.

Al di là della propaganda, cos'è possibile fare per incoraggiare le bambine a intraprendere gli studi scientifici?
Educandole alla coscienza del proprio valore, alimentando la loro autostima. Aiutandole a riconoscere le proprie capacità logico-scientifiche esattamente come, spesso inconsciamente, si fa più con i maschi.

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