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Audi innovative thinking

Audi

Filippo Sugar

Ceo, Sugar Music

My Innovative Thinking

«L’innovazione, per me, significa due cose. Innanzitutto, cambiare per migliorare, non cambiare solo per cambiare. E poi, soprattutto per noi italiani, vuol dire guardare al futuro ma avendo radici salde nella nostra storia.»

I contributi di Filippo

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La musica guarda al futuro

Presidente e amministratore delegato del Gruppo Sugar, fondato nel 1932 dal nonno Ladislao, vicepresidente del consiglio di gestione della Siae, membro attivo della Federazione Italiana degli Editori Musicali e dell’Associazione dei Produttori Musicali Indipendenti. Un biglietto da visita di tutto rispetto per un quarantaduenne che dal suo ingresso in azienda nel 1993 a oggi si è confrontato con la distribuzione musicale, la radiofonia, l’editoria e il web. Per di più, negli anni della rivoluzione che dal supporto fisico ci ha portati allo streaming. Cambiamenti forse più semplici da metabolizzare per chi ci è cresciuto in mezzo. Anche se Filippo Sugar, oggi, continua a sentirsi un artigiano e a sottolineare il legame con la tradizione familiare di cui è figlio. Parlare con lui – tra i personaggi che hanno aderito ad Audi Innovative Thinking – di industria discografica e del ruolo che l’Italia può ancora giocare in questo settore significa correre in avanti, ma con un occhio puntato sempre sullo specchietto retrovisore.
Che cos’è l’innovazione? Per me, significa due cose. Innanzitutto, cambiare per migliorare, non cambiare solo per cambiare. E poi, soprattutto per noi italiani, vuol dire guardare al futuro ma avendo radici salde nella nostra storia.
Dalla Scuola Americana di Milano all’Università di Bruxelles, la sua formazione è stata molto internazionale. Ritiene sia stato un elemento importante? Sì, molto importante. Forse quello che manca ancora all’Italia per imparare a valorizzare le opportunità che ha davanti è il confronto con quello che c’è fuori, che permette di capire i valori che hai e che hai ereditato. La mia esperienza mi ha insegnato che il mondo è vasto e che l’Italia ha caratteristiche uniche e riconosciute. La musica non è la moda o la gastronomia, dove
siamo leader. Ma non c’è grande compositore o direttore d’orchestra che non parli un po’ d’italiano, perché il nostro è il linguaggio della musica: gli aggettivi che la descrivono sono italiani.
Il suo percorso nel Gruppo Sugar ha toccato molti ambiti, dalla distribuzione alla radio, dall’online all’editoria. C’è stato un filo conduttore? Sono sempre state attività svolte come famiglia e in modo indipendente. La nostra storia familiare si intreccia con quella imprenditoriale e in tutto quello che facciamo inseriamo il nostro schema di valori, che si basa su qualità, creatività e innovazione. Così è stato per mio nonno, quando ha creato la casa discografica, la fabbrica di vinili, quella di cd e la tipografia, dando vita a un “palazzo della musica” dove si faceva tutto, dalla registrazione all’uscita dei camion col disco da consegnare. E così è stato anche dopo: ad esempio quando con le Messaggerie Musicali siamo stati i primi a far ascoltare 30 secondi di canzone online. Poi il mercato è diventato globale e in larga parte è stato fagocitato dai grandi player americani. Ma l’innovazione rimane nel provare a portare musica di qualità al maggior numero di persone possibile.
Oggi come si fa a conciliare la tradizione artigianale col panorama globale? La musica è un lavoro artigianale, un lavoro fatto su misura. Faccio molta fatica a pensarlo come un processo industriale. Al centro, c’è la ricerca di un’idea: una canzone, un’opera, un testo. Qualcosa che non c’è. L’idea si trova nel rapporto con gli artisti e poi bisogna saperla comunicare perché diventi parte della vita di ciascuno. Il nostro lavoro è questo: stimolare il processo creativo e, quando abbiamo trovato quello in cui crediamo, usare le tecnologie come opportunità per farlo arrivare anche fuori dal nostro Paese.
Esiste una formula per “andare fuori”? No, ma bisogna sempre partire dal fatto che l’Italia ha caratteristiche di creatività riconosciute nel mondo: non bisogna essere provinciali, bisogna promuoverle senza omologarsi. Si deve cantare in italiano e non in inglese. Quando c’è un elemento originale italiano, non esiste nulla che impedisca di arrivare al mondo. Per fare un esempio, il gruppo più cool del momento, i Black Keys, hanno trovato una melodia del nostro catalogo degli anni Settanta di Nico Fidenco e l’hanno riletta a modo loro. Perché hanno percepito e apprezzato quell’originalità italiana.
Certo, poi ci sono altre difficoltà date dal fatto che il mercato della musica in Italia è in crisi ed è in parte occupato dalla tv, che crea modelli che vanno bene per la tv stessa ma non per la musica.
I talent show non fanno bene alla musica? Da un certo punto di vista, sono contento che ci sia tanta musica in tv. Perché questo consente di presentare tanti pezzi storici alle nuove generazioni. Ma penso che oggi Battisti non si metterebbe in coda per partecipare a un talent. Perché non potrebbe fare la sua musica e perché dovrebbe rientrare in una gara, una cosa che un vero artista non sempre può accettare. Il Gruppo Sugar vuole essere un porto franco per chi non rientra in quella formula. La televisione tende a replicare dei modelli, la nostra unità di misura invece è l’idea. Che deve essere qualcosa di diverso, originale e magari anche controcorrente. Solo così un artista può avere una vita musicale anche fuori dall’Italia.
Il Gruppo Sugar è da poco entrato a far parte di Atlas Music, una nuova società di edizioni musicali statunitense. Un discografico americano come guarda a un’azienda familiare italiana? Gli uomini di musica sono tutti artigiani. Certo, negli Usa ci sono grandi corporation, ma anche tanti indipendenti. Richard Stumpf, il fondatore di Atlas Music, è uno di loro: un creativo e un artigiano. Ha voluto costruire una “boutique” di alto livello, senza l’ambizione di diventare la Universal. Per questo non è stato difficile intendersi. Per noi, oltre a essere un’esperienza in un mercato importante come quello statunitense, è l’opportunità di far collaborare i nostri autori con autori americani. Stiamo mandando tutti, da Malika ai Negramaro, per contaminare e farli contaminare.
Nel 2011, invece, avete acquisito il repertorio storico di Cam, leader di mercato nel campo delle colonne sonore per il cinema. Il grande schermo che ruolo ha oggi? Offre opportunità per promuovere la musica di qualità. I Negramaro sono arrivati al successo grazie a La febbre di D’Alatri, che si è innamorato della loro musica e ha dato spazio con le immagini a pezzi che magari sarebbero stati più difficili da proporre in radio. Più di recente, Tarantino si è innamorato di un pezzo in italiano di Elisa e Morricone, inserendolo in Django. Questo dimostra che veicolo di promozione nel mondo possa essere il cinema per la musica.

By Duilio Roxas, IL Giugno 2014