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Audi innovative thinking

Audi

Brigitte Niedermair

Fotografa

My Innovative Thinking

«Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada”, ci ricorda Rilke. Forse, l’innovazione sta proprio in questo: portare il futuro dentro di te, respirarlo come si respira una brezza che sale dal mare. Ma l’innovazione ha per me un senso solo se guardo alla Storia, a quello che è stato prima di me. Nella fotografia e nell’arte (ma questo vale in tutte le discipline) innovazione significa sfidare il passato. E superarlo. Talvolta andando controcorrente. Col mio banco ottico (e con le mie lastre ormai introvabili) cerco proprio questo: non di compiacere il consumo del presente ma di inseguire uno sguardo che viva in un tempo sospeso. Solo così il futuro entra in me.»

I contributi di Brigitte

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Fermare il mondo con uno sguardo

Che cos’è l’innovazione per Lei?
Avere il senso del futuro conoscendo l'esperienza del passato.
Qual è l’innovazione simbolo di questa epoca?
È un ossimoro: la "realtà digitale", ovvero tutto ciò che vive nella rete Internet.
Quali sono le fondamenta su cui si costruisce l’innovazione?
Pensare differente, fuori dalle convenzioni.
In che modo le nuove tecnologie hanno cambiato il mercato?
Non hanno cambiato il mercato, ma il modo di stare al mondo.
Le nuove tecnologie sono sempre un’opportunità o possono essere un ostacolo? **
Ovviamente, entrambe le cose.
**Quale sarà la prossima rivoluzione secondo Lei?

Una rivoluzione necessaria che riequilibri il rapporto con la natura: la sostenibilità dell'energia.
Come concilia tradizione e innovazione?
Io sono una tradizionalista radicale e forse per questo mi sento innovativa...
Il Made in Italy è ancora un valore?
Lo è, ma il rischio è vivere sulla mitologia dell'autoreferenzialità: moda, design, cucina, arte sono valori che dobbiamo difendere ma soprattutto alimentare con investimenti sul futuro.
In Italia sono più importanti le idee o gli investimenti?
Entrambi! Uno senza l'altro sono solo come i discorsi di certi politici: aria fritta, demagogia, sterile populismo.
Qual è il percorso di formazione che raccomanda? In Italia o all’estero?
L'Italia offre una solida formazione culturale, l'estero la forza fondamentale di una visione internazionale, uno sguardo senza confini sulla realtà del mondo.
Che stimoli le ha offerto il Paese?
Vengo da una terra di confine, il Sud Tirolo, (o, se si prederisce, l'Alto Adige) dove, comunque sia, ci si sente sempre un po' stranieri... questo, alla lunga, per me è stata un'opportunità. Avere cioè la consapevolezza di un'identità in perenne dialogo con gli altri.
Quali sono le sue fonti d’ispirazione in Italia?
Le autostrade: quando viaggio penso. E viaggio molto... Battuta a parte, credo che la grande storia dell'arte italiana rappresenti una vera e potente fonte di ispirazione. Sono stata ore ad ammirare la luce e la composizione di Caravaggio o il tempo sospeso della Madonna del Parto di Piero della Francesca. Ma sono stata a lungo anche di fronte alle bottiglie di Morandi: quanta classicità in quelle forme così fragili, eppure così potenti, assolute...
Da bambina, cosa voleva fare «da grande»?
Volevo pilotare i caccia. Poi mi sono subito resa conto che era più bello fermare il mondo con uno sguardo.
Quando ha deciso che la fotografia sarebbe stata la sua professione?
Ho cominciato con una scuola d'arte a Monaco. Volevo diventare pittrice. Ma mi è bastato passare qualche giorno tra quei banchi di scuola, tra quei ragazzi che mi sembravano già inquadrati e tristi, per capire che fotografare mi regalava una libertà assoluta che nessuna scuola mi poteva dare. Sono una totale autodidatta. E se ho un debito culturale (e di passione) quello lo devo a un fidanzatino, Paul, che mi ha fatto scoprire le magie della camera oscura e delle passeggiate in montagna con le macchine a tracolla.
Qual è il rischio più grande che ha corso?
Di fare foto banali, ma spero di essermi salvata.
Qual è stata la sua migliore intuizione?
Aver difeso il mio modo di vedere anche quando tutti volevano che tradissi le mie convinzioni.
Quando ha capito che quella era “la svolta” per il suo progetto?
Ho studiato, ho letto, ho soprattutto guardato... poi mi sono detta: questo è il mio modo di vedere e da allora, con ostinata ripetizione, faccio sempre la stessa foto.
Che cosa conta di più per essere un fotografo di successo: la visione, la tecnica o la capacità narrativa?
Cartier Bresson ripeteva: mettere sullo stesso asse testa, occhio e cuore... questo è fare fotografia...
La Sua opera The Last Supper è un richiamo esplicito alla necessità di un riscatto delle donne in tutti i campi e gli ambiti esistenziali. Quanto conta il messaggio sociale nella Sua estetica e nel Suo lavoro?
Credo in un linguaggio artistico che risponda sempre a una domanda: "Perché?". Ci vuole sempre un perché! E per rispondere a un perché ci devono spesso essere più valori, più messaggi, più ricerche: da quello fondamentale di un rigore estetico a quello di impegno civile. Ma credo anche all'arte come a una infinita ricerca spirituale, non tanto al suo potere salvifico, quanto alla sua potenzialità nell'aiutare a scoprire mondi possibili, utopie segrete, sogni tangibili.
Quale consiglio darebbe a chi si sta avventurando nel mondo della fotografia?
Avere il coraggio di amare il mondo.